L’8 marzo è una festa? Certamente no, non lo è mai stata e mai lo sarà, tantomeno in questo 2021 in piena pandemia. Purtroppo c’è ben poco da festeggiare poiché nonostante le numerose conquiste fatte negli anni il percorso da seguire per eliminare le disuguaglianze di genere è ancora lunghissimo.

Sappiamo tutti che il 2020 è stato un anno difficile  e questo 2021 a causa del Covid 19 continuerà ad esserlo. I dati di questi mesi ci hanno fatto vedere come la pandemia ha penalizzato e continua a penalizzare ancor di più le donne, accelerando tendenze che si erano già mostrate negli anni precedenti ma che ora sono esplose.

In Italia, In particolare durante i mesi di lockdown dello scorso anno, le violenze verbali, fisiche e le discriminazioni nei confronti di donne e membri della comunità LGBT+ sono notevolmente aumentate.

Nonostante tutto si sia fermato, la violenza di genere non è cessata, neppure per un istante. Rimanere a casa per settimane e settimane per quelle donne vittime di violenza è stato un incubo diventato realtà e per molt* continua ad esserlo. La propria casa, la quale dovrebbe essere un posto sicuro, per le donne vittime di violenza è diventata una vera e propria trappola, una prigione senza via di uscita. La casa ha difeso le donne dal coronavirus, ma le ha lasciate in balia dei partner. L’isolamento di donne vittime di violenza si è andato a sommare all’isolamento dovuto al lockdown generando un forte disagio a livello psicofisico.

Nel 2020 la percentuale di femminicidi avvenuti in un contesto familiare era pari all’89% superando di 4,2 punti percentuali il dato registrato nel 2019.

Nei mesi che vanno da marzo a giugno, 21 delle 26 vittime di femminicidi avvenuti in un contesto familiare convivevano con il proprio carnefice. Il femminicidio spesso è il culmine di una crescita esponenziale di violenza che nasce nella quotidianità delle mura domestiche. L’ Istat, raccogliendo i dati relativi alle chiamate verso il numero 1522 per denunciare la violenza sulle donne e lo stalking, ha riscontrato che le richieste di aiuto da parte di vittime di violenza e testimoni di violenza sono considerevolmente aumentate(+107%) rispetto al periodo corrispondente – tra marzo e ottobre – dell’anno precedente. Dati simili a quelli del 2020, riguardanti le vittime di femminicidi, si erano registrati solamente nel 2013 (10.801 nel 2013 contro 11.618 nel 2020).

Contestualmente la violenza subita dagli adolescenti facenti parte della comunità LGBTQ+ durante questa pandemia ha toccato il 49% sintomo della matrice che accomuna le due forme di violenza domestica.

La violenza contro le donne deve riguardare tutt* perchè è l’archetipo della violenza contro ogni forma di “diversità”. È un  problema grande quanto una montagna, rimasto 

invariato nel tempo, trasversale, pervasivo, che ha radici profonde nella nostra cultura, che ha un forte retaggio patriarcale. Colpisce le donne in quanto donne e proprio a causa di ciò non può essere considerato ineluttabile. Tante sono state le lotte prima solo femministe e poi transfemministe e tante ancora sono quelle da combattere. Quest’anno più che mai l’8 marzo è una data simbolo da cele

brare, in cui bisogna urlare, ribellarsi e stanare la violenza che vede la donna relegata alla cura dell’altro nell’isolamento domestico, che impedisce ai corpi diversi da quello neutro maschile, da sempre vittorioso nella storia dell’umanità, di reclamare il proprio diritto di esistenza. È quanto mai urgente affrontare il tema dell’indipendenza economica e, quindi, degli strumenti per l’accesso al lavoro delle donne: se ancora oltre il 70% delle madri è disoccupata, il ricatto economico si porrà come un ostacolo insormontabile p

er la fuoriuscita dai contesti di violenza.

Non c’è ripartenza senza il lavoro delle donne

Il mondo del lavoro è da sempre escludente nei confronti delle donne. Il gravare dei compiti  di cura della casa e della famiglia sulle donne le mette di fronte ad una scelta obbligata tra famiglia e lavoro, portandole in molti casi a non lavorare, o a preferire contratti part-time e altre forme di lavoro flessibile, favorendo quindi il precariato femminile, oppure ancora a veder gravare sulle loro vite, insieme, il carico del lavoro e il carico della famiglia, vedendo annullata la possibilità di avere del tempo per sé. E’ una scelta che per gli uomini non si pone, anzi, per molti uomini l’arrivo di un figlio diventa incentivo a cercare e a mantenere un lavoro. Diventa evidente come il modello di famiglia che viene perpetuato e nel quale si viene ingabbiati sia quello patriarcale, in cui l’uomo e la donna aderiscono ai ruoli che la società ha previsto per loro, senza margine di autodeterminazione.

La crisi economica causata dalla pandemia ha inciso sull’occupazione femminile più di quanto abbia inciso sull’occupazione maschile (a dicembre 2020, si registrano -1,4% di donne occupate e -0,4% di uomini occupati), ma il gap lavorativo, insieme al gap retributivo di genere, sono falle strutturali del nostro sistema, presenti da sempre e mai realmente affrontate.

La scarsa adeguatezza del mondo lavorativo alle esigenze delle donne porta, da un lato, moltissime a non cercare un lavoro perché scoraggiate sin dall’inizio, e condanna tante altre lavoratrici a vivere perennemente nel precariato e a ricevere stipendi non sufficienti e non proporzionati alla prestazione svolta, nonché inferiori a quelli dei loro colleghi maschi.

E’ necessario che lo Stato si faccia carico del problema dell’occupazione femminile predisponendo strumenti di welfare che colmino il gap di genere evidentemente esistente nel mondo del lavoro, prevedendo servizi come asili nido e baby-sitting fino ad arrivare a strumenti previdenziali che possano colmare i buchi pensionistici che possono derivare ad esempio dalla maternità.

Gap retributivo, oltre che gap lavorativo. Le donne sono meno retribuite degli uomini, a parità di mansioni, con differenze reddituali che si attestano intorno al 4% nel settore pubblico e al 20% nel settore privato. Il gap si attenua, ma permane, man mano che ci si avvicina a ruoli apicali (a cui, comunque, resta limitato l’accesso per le donne) e per posti di lavoro che richiedono il possesso di una laurea: la disuguaglianza di genere si inasprisce, dunque, tanto più è basso il livello di istruzione e di benessere economico, e diventa evidente come questioni di genere e questioni di classe si intreccino. 

La parità di genere ha un costo e va finanziata

Fondamentale rispetto alla possibilità di vedersi concretizzate rivendicazioni e proposte centrali 

che stanno sul piano dell’abbattimento delle diseguaglianze di genere, è sicuramente il Recovery Fund, possibile mezzo di incisione rispetto alle condizioni economico/ sociali in cui versano le donne colpite in ogni ambito dopo l’acuirsi della crisi causata dalla pandemia e dal lockdown.

Il Recovery si fa strumento imprescindibile da cui attingere per realizzare politiche mirate e investimenti reali, sicuramente a partire dalla questione dell’occupazione che dopo la pandemia è scesa per le donne dell’1,4% soprattutto a causa delle difficoltà inerenti la maternità, dunque la mancanza di un piano di potenziamento delle infrastrutture sociali e dunque degli asili nido, delle strutture per la prima infanzia e delle scuole.

L’obiettivo dell’innalzamento dell’occupazione femminile è realizzabile attraverso la strutturazione di politiche attive del lavoro che determinano miglioramenti in termini quantitativi (posti di lavoro) e qualitativi di contemperamento delle esigenze delle soggettività femminili tra tempi di vita e tempi di lavoro, sostanzialmente più complessi per una donna che per un uomo.

Ed inoltre, riprendendo le linee su cui si muove il Piano di Ripresa e Resilienza, sono necessari investimenti a sostegno delle famiglie per le spese di istruzione dei figli e i congedi parentali.

Gli investimenti e le politiche  devono riguardare anche la qualità della vita della donna e la sua condizione economica colpita a partire dall’abolizione della Tampon Tax a partire dalla riduzione dell’iva sugli assorbenti dal 22% al 4%, riconoscendo finalmente gli assorbenti come beni di prima necessità fino a mirare ad una distribuzione gratuita del bene in tutta Europa.

Basta contese sui nostri corpi: sull’aborto scegliamo noi!

Ad oggi l’obiezione di coscienza contro la legge 194 è praticata in percentuali talmente alte da rendere di fatto molto difficile, se non quasi impossibile, praticare l’interruzione volontaria di gravidanza, costringendo in molti casi le donne a rivolgersi a cliniche molto lontane dai luoghi di residenza, costringendole a sopportare costi anche alti e a vedere violato il proprio diritto alla riservatezza. Solo in Puglia, secondo gli ultimi dati ministeriali, solo 20 reparti di ginecologia e ostetricia su 31 praticano le IVG, e il tasso di medici obiettori di coscienza sfiora l’80%.

A questa situazione di difficoltà si aggiungono i messaggi veicolati dalle associazioni PRO VITA, che criminalizzano e umiliano le donne che scelgono di interrompere la propria gravidanza, mettendo in discussione un diritto sancito dalla legge. Con le campagne anti-abortiste viene subito messo in discussione il motivo per cui lo si faccia, piuttosto che riconoscere che sia un diritto. La ragione della decisione è spesso oggetto di un dibattito, secondo cui alcuni motivi siano più validi di altri e come se ciascuna non sia in grado di scegliere per se stessa. Non si tratta di un fenomeno isolato alle poche voci degli antiabortisti: la società stessa alimenta questo circolo vizioso.

I pro-vita inoltre si concentrano spesso sulla diffusione di notizie relative alle problematiche, i pericoli e il dolore psico-emotivo dell’aborto, falsando tante informazioni. Anziché sostenere, così come noi stessi studenti richiediamo, dei percorsi di educazione sessuale che consentano di essere più consapevoli del proprio corpo e della propria sessualità, si preferisce dipingere un quadro terroristico e distorto dell’interruzione di gravidanza. Non tutte le persone affrontano questo percorso negativamente, ben consce del proprio diritto di scelta e libertà di decidere come vivere la propria vita. Il diritto all’aborto rientra a far parte del diritto alla salute di ciascun individuo ed è espressione della rivendicazione dell’autodeterminazione delle donne, per la quale si è compiuta una lunga lotta.

Persino l’uso della RU486 (il cosiddetto aborto farmacologico), praticato in day hospital, che avrebbe ridotto tanti costi e tante procedure superflue, viene profondamente osteggiato dagli antiabortisti.

Oggi l’educazione sessuale in Italia è una materia consigliata ma non obbligatoria: un cavillo che ne impedisce la praticabilità, non consentendo percorsi di educazione di grande importanza nel decostruire i tabù nei confronti della sessualità e dell’aborto stesso.

È per queste ragioni che si rende necessario un lavoro efficace di formazione all’interno di scuole e università e di informazione e sensibilizzazione aperto a tutta la società, puntando alla normalizzazione della sessualità umana, in quanto parte integrante del benessere e della salute di ogni individuo. Procedere in questo senso ci restituirebbe non solo gli strumenti per far valere un nostro diritto ma anche per andare oltre all’attuale impostazione della L. 194, emanata ormai 43 anni fa, provando a garantire alle donne una reale autodeterminazione.

Da scuole e università parte il cambiamento

Il ruolo che i luoghi della formazione, ossia scuole e università, ricoprono nella lotta al patriarcato e alle sistemiche diseguaglianza di genere è centrale.

Il patriarcato di fatto intride da millenni la nostra cultura ed è insito dentro ognuno di noi e in ogni ambito si manifesta. Basti pensare che sin dall’infanzia ci viene insegnato che le ragazze dovranno essere figlie rispettose e i ragazzi invece possono ambire alla carriera e costruirsi ambizioni; che quando una ragazza cammina per strada sola è meglio che non indossi una minigonna perchè potrebbe essere causa di insulti fino a divenire legittimazione e causa giustificatrice di uno stupro; che sulle mestruazioni si è costruito un gigantesco tabù per cui gli assorbenti o una macchia di sangue sono qualcosa di cui vergognarsi.

Bisogna, per contrastare questo fenomeno socio-culturale così radicato, avviare percorsi di educazione anti-patriarcale nei luoghi dove le ragazze e i ragazzi si formano e crescono per scardinare questa sovrastruttura dalla radice e formare menti libere dal pregiudizio. 

Per far questo è necessario impregnare di letture critiche i percorsi di studi per decostruire quel modello formativo fondato sul culto degli uomini nella storia, nella scienza, nell’economia e nel lavoro, i politica mentre la donna è sempre investita dall’immagine dell’angelo del focolare.

Inoltre le scuole e le università devono essere spazi sicuri che si dotano di strumenti come Centri antiviolenza e sportelli di ascolto psicologico per tutte le vittime del patriarcato di ogni tipo e soprattutto che si organizzino percorsi di educazione sessuale e all’affettività col fine di abbattere dinamiche violente e machiste sia nelle classi delle scuole che nelle aule delle Università.

Dopo numerosi episodi verificatisi nell’Ateneo della nostra città da parte di alcuni docenti nei confronti di studentesse in videolezione, configurabili come molestie verbali, abbiamo smosso la comunità accademica in merito al tema, creando un form di denuncia anonima di episodi di molestia e richiesto un Codice Antimolestia. Inoltre con l’amministrazione cittadina abbiamo lavorato affinché si intensificasse il lavoro dei Cav sul territorio.


6.672 commenti