La caduta di un muro, la costruzione di altri

Il secolo breve mai concluso

È il 9 novembre del 1989. Numerose fotografie dipingono un giorno uggioso e coperto di nubi nere, in cui la vista dell’orizzonte viene ostacolata da un enorme muraglia che divide a metà il paese. È la mattina del 9 novembre 1989 quando, finalmente, viene giù tutto. Decine di migliaia di persone, un muro che cade e una nuova europa che viene a crearsi.
L’idea di un mondo nuovo ha cominciato ad alimentare la speranza di quelle migliaia di corpi che solo qualche giorno prima erano scesi in piazza per urlare a gran voce contro il regime chiedendo un socialismo realmente democratico. Per tanti e tante, forse per tutti, quel giorno ha significato questo: l’abbattimento di diseguaglianze e di confini.
Certamente, non possiamo dubitare del fatto che da quel momento in poi è finita un’epoca nella storia del mondo e ne è iniziata una nuova che ha favorito spostamenti di un’enorme fetta di popolazione da una parte all’altra e ha creato delle aspettative di un progresso che non ha mai riscontrato risultati concreti: una parte del mondo più ricco a discapito di un pezzo di realtà povera e precaria, un innalzamento di alfabetizzazione maggiore che non ha visto reali investimenti in termini di istruzione e di ricerca, una rivoluzione scientifica e tecnologica soprattutto nei trasporti che ha annullato tempi e distanze ma che continuano ad essere poco accessibili e poco moderni. Ma siamo seriamente convinti che gli effetti prodotti da questo momento di transizione da un età storica ad un’altra siano stati in toto positivi e che gli stessi non si siano prolungati fino ad oggi?
Siamo realmente consapevoli del fatto che le donne, gli uomini, i bambini e gli anziani che emigravano riuscivano a soddisfare i loro bisogni materiali con misure di welfare sociale che garantiva loro stabilità e occupabilità anche solo con l’abbattimento del muro di Berlino?
Il mondo che è andato in frantumi alla fine degli anni ’80 era il mondo formatasi a seguito dell’impatto della rivoluzione russa del 1917. Noi ne siamo stati tutti segnati.
Con queste parole lo storico Eric J. Hobsawm riesce a riportarci alla realtà con una visione critica del passato e di quel che continua a significare per il nostro secolo la caduta del muro di berlino e dell’URSS. Ma perché quel secolo breve, come lo definisce Hobswam non è finito con la celebrazione di quel progresso meraviglioso e invece si è diffuso un senso di disagio e inquietudine?
Non solo perché quel secolo ha prodotto massacri e guerre sanguinarie quali i due conflitti mondiali, ad esempio, ma anche perché ha prodotto una crisi cronica sia economica che in termini di relazioni umane e politiche che viviamo ancor oggi: disoccupazione di massa, lusso da una parte e mendicanti e senza tetto dall’altro, la solidificazione di un individualismo asociale e di un neoliberalismo sempre più sfrenato in cui il profitto e la liberalizzazione del mercato fan da cavallo di battaglia alle politiche sovraniste e nazionaliste esistenti, la creazione di un nemico comune come caprio espiatorio per evadere dalla risoluzione reali dei problemi. La fine di quel secolo ha creato dei nuovi muri e delle nuove frontiere. Il crollo di una parte del mondo ha rivelato il malessere dall’altro con lo spargimento di odio, discriminazione nei confronti di chi viene etichettato come Altro che sia l’omosessuale, il migrante o la donna poco cambia: è il frutto di una società di prevaricazione e di rapporti di forza in cui i deboli vengono emarginati.
Abbiamo il dovere di guardare indietro alla strada che ci ha fatti arrivare fin qui ma dobbiamo avere l’obbligo di costruire insieme un mondo e un futuro migliore, giusto e che sia realmente nelle nostre mani!

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